Canone RAI in bolletta: il gioco vale la candela?

12 marzo 2016

Per il pagamento del canone RAI basta la semplice detenzione di un televisore, detenzione presunta sulla base dell’esistenza di un contratto di fornitura di energia elettrica per uso abitativo. La prova contraria può essere offerta presentando - ogni anno - una dichiarazione di non possesso. Ma quanto costa all’erario mettere in atto i dovuti controlli? Le verifiche possono essere eseguite soltanto presso l’abitazione del contribuente, che dovrebbe consentire l’accesso. Se così non è, serve l’autorizzazione della Procura della Repubblica , in genere concessa solo in presenza di gravi indizi di violazione delle norme tributarie. Ma il non pagare 100 euro di canone televisivo costituisce una grave violazione tributaria? Anche per questa strada, il costo dell’operazione non sarebbe cosa di poco conto. Si muovono troppe carte per recuperare poco (o nulla). Il gioco potrebbe non valere la candela.

 
Quando si parla di questioni che attengono al “nuovo” canone di abbonamento TV, la prudenza impone di non dare risposte, ma - se possibile - individuare i problemi che si pongono.
E i problemi connessi alla previsione di un “nuovo” canone televisivo non nascono certo sugli alberi (cioè, spontaneamente). Occorre cercarli E per cercarli è necessario un certo ordine.
Per i problemi (diciamo) operativi possiamo aspettare di leggere il decreto di attuazione - che il Governo doveva già emanare - e il provvedimento del direttore dell’Agenzia delle Entrate che dovrà dire come e quando si potranno muovere le carte.
Per i problemi che derivano, invece, direttamente dal testo normativo che istituisce il “nuovo” canone televisivo, basterà leggere - passo dopo passo - quanto è stato scritto e cercare di capire con quali problemi ce la dobbiamo vedere.
Proviamo.
Si dice, ad un certo punto che il canone televisivo cambia il proprio presupposto.
Dal 2016, infatti, il presupposto per il pagamento del canone si configura con la semplice detenzione di un televisore (e, perciò, non più per l’offerta di un servizio). E la detenzione la si presume in ogni caso in cui esiste un’utenza per la fornitura dell’energia elettrica nel luogo in cui un soggetto ha la propria residenza anagrafica.
Una specie di “tassa di possesso”, molto semplice nella struttura e del tutto simile a quella che si corrisponde da qualche tempo, in luogo della tassa di circolazione dell’automobile, per il semplice fatto che la si detiene.
Una presunzione di detenzione del televisore fondata, allora, sull’esistenza di un contratto di fornitura di energia elettrica (per uso abitativo).
Ma che tipo di presunzione?
Sicuramente una presunzione di tipo legale, tanto più che la stessa legge specifica anche con quale mezzo di prova (uno solo) può essere offerta la prova contraria.
Nel testo normativo si legge che “allo scopo di superare [dette] presunzioni, dall’anno 2016, è ammessa esclusivamente una dichiarazione rilasciata [dal soggetto che si presume detentore dell’apparecchio televisivo] ai sensi del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica del 28 dicembre 2000, n. 445, la cui mendacia comporta effetti, anche penali […]”, eccetera, eccetera.
Insomma, una sostituzione dell’atto notorio, con tutte le conseguenze che ne derivano.
In sintesi, il quadro sotto osservazione è così rappresentabile: una presunzione legale (che dispensa da qualunque prova il soggetto a favore del quale è stabilita) e una sola possibilità di contrastarla. L’avverbio “esclusivamente” (utilizzato dal legislatore) non dovrebbe consentire ad alcuno di poter pensare ad altri mezzi di prova.
Insomma, un gioco duro giustificato dall’esigenza di neutralizzare una fascia copiosa di evasione di antiche tradizioni.
Ma non è detto che sul punto il discorso si possa ritenere concluso. Siamo solo all’inizio e gli argomenti per alimentare il contenzioso sono dietro l’angolo.
Stiamo a vedere.
Si dice che la dichiarazione di non possesso dell’apparecchio televisivo “ha validità per l’anno in cui è stata presentata”. Come dire che chi ha in essere un contratto per la fornitura di energia elettrica (per uso domestico), se ritiene di non dovere (o volere) pagare il canone, ogni anno deve presentarsi “in caserma” con l’autocertificazione (di non detenzione dell’apparecchio televisivo) in mano e già bella e compilata.
Insomma, un adempimento “a vita” che, forse, poteva essere evitato magari con un “rinnovo” tacito della validità delle cose dette nella autocertificazione originaria.
Una previsione del genere, può assume la tinta della irragionevolezza o anche, semplicemente, dell’irrazionalità.
E perché no? Un adempimento del genere, specie se ripetuto negli anni, rappresenta comunque un aggravio di costi (anche in termini di solo “fastidio”) del tutto eliminabili.
Ma quanto “costano” (o possono costare)?
Molto, tanto da poter legittimare il convincimento che, alla “fine della fiera”, potrebbe essere meno pesante pagare 100 euro per il canone e chiudere la partita una volta per tutte.
Siamo in presenza di una sorte di vessazione (in senso morale o anche materiale) per indurre qualcuno a fare qualcosa?
La risposta non è di immediata percezione. Resta comunque da capire se la situazione possa avere una rilevanza almeno sul piano della correttezza giuridica.
Il legislatore, comunque, va avanti e intende combattere una forma di evasione generalizzata (e consapevole).
E, forse, è giusto che sia così.
Ma quanto costa - questa volta all’erario - questa “battaglia”, assolutamente necessaria perché qualcuno metta in atto i dovuti controlli? Controlli che, peraltro, possono essere eseguiti soltanto “a domicilio” e, cioè, presso la casa di abitazione del possibile soggetto “menzognero”.
Ci vorrà, sicuramente, un esercito di ispettori da mandare in giro. Ma quanti: dieci, cento, mille?
Difficile dirlo.
Certamente, chi ha mosso le acque sa quale possa essere il costo di questa azione di forza.
Nessuno gioca a perdere.
Un’altra notazione.
Per la verifica sul campo, chiunque sia incaricato all’indagine deve “andare e bussare”, sperando che gli sia consentito un amichevole accesso nella altrui abitazione.
E se - come probabile - l’accesso “amichevole” non fosse concesso?
A questo punto, una lotta a corpo libero non è consentita. Occorre rispettare regole specifiche: occorre chiedere, infatti, un’apposita autorizzazione alla Procura della Repubblica per accedere nell’abitazione del ”menzognero” (o presunto tale). E l’autorizzazione, in genere, si ottiene solo in presenza di gravi indizi di violazioni delle norme tributarie.
Ma il non pagare 100 euro di canone televisivo fa pensare davvero ad una grave violazione tributaria?
La mancanza dell’autorizzazione del Procuratore della repubblica fa venire meno la prevalenza dell’interesse fiscale sul diritto del contribuente all’inviolabilità del proprio domicilio.
Anche per questa strada, il costo dell’operazione non sarebbe cosa di poco conto. Si muovono troppe carte per recuperare poco (o anche nulla).
Il gioco potrebbe non valere la candela.

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