Super Ammortamenti

29 febbraio 2016

La capacità dei super-ammortamenti, introdotti dalla legge di Stabilità per il 2016, di favorire il rinnovo dell’apparato produttivo delle nostre imprese non potrà che essere minima. Sarebbe stato forse più logico prevedere forme incentivanti mirate a specifiche tipologie di investimento, di forte impatto economico e finanziario, piuttosto che un provvedimento che aiuta poco, ma tutti, disperdendo quindi preziose risorse pubbliche, senza probabilmente ottenere in cambio apprezzabili risultati di sistema.

Fra le misure varate nella legge di Stabilità 2016, grande risalto è stato dato al c.d. super-ammortamento, cioè a quella misura agevolativa che dovrebbe incentivare fiscalmente il rinnovo degli impianti produttivi, e in genere l’acquisto dei beni strumentali nuovi, introducendo una riduzione delle imposte per chi effettua tali investimenti nel periodo dal 15 ottobre 2015 al 31 dicembre 2016.
Lo schema logico sottostante alla misura adottata è quello che usualmente viene definito come “detassazione degli utili reinvestiti”: spetta cioè una riduzione del reddito d’impresa, e quindi dell’imponibile ai fini delle imposte sui redditi, parametrata all’ammontare degli investimenti effettuati. Tale riduzione genera direttamente a favore del contribuente un vantaggio in termini d'imposta, collegato alla spesa per investimenti: perciò, la minore imposta può essere vista come un “contributo” che lo Stato riconosce a chi rinnova attrezzature ed impianti.
Nella formulazione attuale, la norma è stata denominata, in modo evocativo, come “super-ammortamento”, ingenerando peraltro non poche difficoltà di comprensione sulla portata e sull’operatività dell’agevolazione.
Infatti, l’idea di parametrare l’agevolazione al costo del nuovo bene strumentale acquistato dall’impresa è del tutto normale: oggi la misura della riduzione è pari al 40% del costo degli investimenti effettuati, ieri era pari al 50% degli stessi, oppure al 50% dell’incremento dei nuovi investimenti rispetto alla media dell’ultimo quinquennio.
Si tratta di modalità tecniche differenti, ma tutte quante idonee ad individuare e a delimitare, sotto il profilo quantitativo, la portata dell’agevolazione: di volta il volta il legislatore sceglie la modalità più opportuna, in funzione delle politiche economiche che intende perseguire, tenendo ovviamente conto dei vincoli di bilancio.
L’attuale formulazione, però, si differenza dalle precedenti, perché ha - in modo a mio avviso assai criticabile - mescolato gli aspetti quantitativi della fruizione dell’agevolazione con un termine tipicamente aziendale, quale l’ammortamento, che invece non ha niente a che vedere con questa misura.
Secondo la norma, infatti “con esclusivo riferimento alla determinazione delle quote di ammortamento” fiscalmente deducibili, il costo di acquisizione è maggiorato del 40%: così scritta, sembra che l’impresa possa ammortizzare un bene per un importo superiore al suo valore di costo!
In realtà, come è stato chiarito, il differenziale fra l’ammortamento ordinario e l’ammortamento maggiorato (in quanto calcolato su un importo del bene maggiorato del 40%) è semplicemente la misura della riduzione di imponibile spettante a chi effettua nuovi investimenti, e non è correlato ad alcun adempimento di natura contabile.
Detto meglio, la detassazione dell’utile reinvestito spetta in misura pari al 40% della quota dell’ammortamento ordinario, calcolato sul nuovo bene strumentale, ma non influenza né il valore fiscale del bene, né l’ammontare del fondo di ammortamento dedotto.
Allora ci chiediamo perché semplicemente non si sia detto che la detassazione, spettante complessivamente in misura pari al 40% del costo del nuovo investimento, può essere fruita in quote costanti per tanti periodi d’imposta pari all’ordinario periodo di ammortamento fiscale del bene, determinato sulla base dei coefficienti ministeriali: se un bene ha un’aliquota di ammortamento del 10%, la detassazione viene frazionata in dieci anni, se l’aliquota è del 15%, in sette anni, e così via.
Certamente, in questo modo sarebbe stato immediatamente chiaro che l’impatto agevolativo per l’impresa, specie in termini finanziari, è sostanzialmente nullo: nel caso di acquisto di un impianto del valore di 100 mila euro, con aliquota di ammortamento del 10%, la maggior deduzione spettante il primo anno è pari a 4.000, con un risparmio d’imposta di ben 1.100 euro!
Ora, pensare che un imprenditore, magari già in difficoltà con il sistema creditizio per le odierne difficoltà nel reperire credito, possa a fatica investire 100 mila euro, per avere una riduzione d’imposta dell’1,1% sull’investimento effettuato, è chiaramente un’utopia.
Quindi, la capacità di questa misura di favorire il rinnovo dell’apparato produttivo delle nostre imprese non potrà che essere minima: d’altronde, il nostro bilancio non ci permette di più, ci dicono.
A questo punto, era forse più logico prevedere forme incentivanti mirate a specifiche tipologie di investimento (penso fra tutti a quelli per l’ammodernamento tecnologico delle imprese), di forte impatto economico e finanziario, piuttosto che un provvedimento che aiuta poco, ma tutti, disperdendo quindi preziose risorse pubbliche, senza probabilmente ottenere in cambio apprezzabili risultati di sistema.
Professore a contratto di diritto tributario presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

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